Raccontarsi attraverso la psicotecnica

Due interviste, ad un regista e ad un’attrice, entrambi con un’esperienza di teatro di circa vent’anni, che appli­cano la psicotecnica nel loro lavoro: gli è stato chiesto di raccontare il Metodo attraverso la propria espe­rienza …e di raccontarsi attraverso il Metodo.

La loro testimonianza fornisce un segno netto e marcato di quanto la psicotecnica entri nell’anima di chi la applica, di come essa fonda in sé interiorità e professionalità e di come si nutra principalmente del mondo psichico al quale, a sua volta, restituisce nuove ricchezze.

Vivere il Metodo: parla P. Gerbisi, regista

“Se tu non riesci a capire la tua natura e quindi non accetti la tua natura, le tue sofferenze non riusciranno mai a filtrare attraverso il tuo pensiero, mai”. 

“Stanislavskij dice che bisogna crearsi una vita, creare una vita, creare un altro me stesso vivo, un alter ego, che è il per­sonaggio. Ma una vita come si crea? Con la vita. Quindi per creare la vita ad un perso­naggio devi attingere dalla tua esistenza”. 

“Sicuramente ci sono delle verità e delle nature nascoste dentro di noi, che vanno cercate, quindi bisogna approfittare dei personaggi per andarle a cercare. L’attore è molto fortunato in questo, perché fa un lavoro psicologico su se stesso e sugli altri non indifferente”.


Vivere il Metodo: parla C. Lenzi, attrice

“Lui ha se­gnato la mia vita di attrice. È l’unico metodo che mi permette di esistere come attrice” .

“ho dei personaggi che sono fondamentali per me, che mi hanno aiutata a crescere come persona (…). Mi hanno aiutata perché sono stati rivelatori. Rivelano me a me stessa”.

“Scoprirsi: questo è ciò che dà senso al fare teatro. Il teatro non è soltanto un mestiere freddo, è caldo, nel senso che tu, incontrando il personaggio, grazie al Metodo, hai la pos­sibilità – la capacità è tutto da vedere – di mettere in gioco sentimenti che erano sopiti (…). È una scoperta che dà nuove consapevolezze”.

“In teatro è possibile esprimere così tanto di sé perché c’è sem­pre l’altro. L’altro in assoluto. L’altro a cui dire, che fa da contrafforte agli oggetti interni. È una relazione. (…) Il personaggio, il dialogante, il regista, fanno tutti questo ruolo di altro”.

“Ci sono dei personaggi che inizialmente io rie­sco soltanto a criticare, distanziandomene: ‘Ma perché io devo essere questa? È antipatica, è brutta, io invece sono bella, buona e brava!’ Non ho nessuna voglia di essere brutta o cattiva. Ci litigo, sì. Io li chiamo litigi difensivi”.

“Nel laboratorio di teatro cerco di creare delle condizioni di setting, cioè una camera di contenimento delle emozioni. Un luogo che sia veicolo di contenimento, di espressione, di manifestazione di emozioni”.“Quello con il regista è un rapporto fondamentale. Il conflitto con il regista è solo apparente e secondo me è solo una difesa. Capita, eccome, di non aver voglia di sof­frire, e allora il regista se ne accorge e ti aiuta” .

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